Riflessioni

Alex Karp non ha visto arrivare Barbra Streisand

23 marzo 2026 · 7 min

Domenica mattina, scorro LinkedIn e trovo un post ricondiviso da Mario Magarò, giornalista d'inchiesta e amico fraterno, di una sua collega Marguerite Meyer, anche lei giornalista. Racconta di come tutto sia cominciato una serata autunnale a Zurigo, una birra, un gruppo di colleghi di un collettivo di ricerca indipendente che inizia a ragionare su un'inchiesta. Il soggetto è Palantir, una delle più grandi aziende tecnologiche al mondo. La storia che ne è venuta fuori ha finito per creare un caso diplomatico, con tanto di articolo sul The Guardian. Il paradosso: Palantir, l'azienda che vende la capacità di vedere quello che gli altri non vedono, non l'ha vista arrivare. Si è capita?

Non intendo parlare di Palantir in senso stretto, su cosa fa, per chi, con quali conseguenze, ecc ecc. Su questo esistono inchieste ben più approfondite.

È una storia su come funziona una narrativa quando viene attaccata nel punto sbagliato, e su cosa succede quando chi dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro sbaglia completamente la risposta.

Partiamo dal contesto, perché il contesto qui è tutto.

Palantir Technologies è fondata nel 2003, finanziata inizialmente dal braccio di venture capital della CIA, e costruisce software per integrare e analizzare dati su scala massiva. I suoi clienti principali sono governi, eserciti e agenzie di intelligence. L'ICE americano usa i suoi strumenti per tracciare i migranti. L'esercito israeliano li usa a Gaza. Il Ministero della Difesa britannico ha firmato contratti per milioni di sterline. Il CEO Alex Karp ha dichiarato pubblicamente, durante una call con gli investitori, che Palantir è lì per "disturbare, e se necessario spaventare i nemici e occasionalmente ucciderli." Capitalizzazione di mercato: circa 300 miliardi di dollari.

È un'azienda abituata alle critiche. Le critiche morali, in particolare, le ha metabolizzate così bene da farne quasi un posizionamento strategico. Essere controversi, in certi mercati, è una forma di credibilità. Non è uno stigma, è un posizionamento.

Poi arriva la Svizzera.

Nel 2021, Palantir annuncia l'apertura di un hub europeo ad Altendorf, comune di 7.000 anime sulle rive del lago di Zurigo. Un quotidiano svizzero celebra il colpo. Ma il collettivo giornalistico WAV inizia a farsi delle domande. Cosa sta effettivamente combinando Palantir con le autorità svizzere? Ci sono contratti? Trattative? E perché, nonostante anni di presenza, non risulta nulla di concreto?

Un anno dopo, 59 richieste di accesso agli atti e una collaborazione con Republik — piccola rivista online finanziata dai lettori — producono un'inchiesta. Il quadro che emerge è preciso. Tra il 2018 e il 2025, Palantir ha condotto una campagna sistematica per vendere i propri servizi alle autorità federali svizzere. Ha incontrato il Cancelliere federale al World Economic Forum di Davos. Ha proposto i propri strumenti alle autorità sanitarie durante la pandemia. Ha bussato alla porta dell'esercito. Risultato: almeno nove rifiuti. Nessun contratto.

Le ragioni dei rifiuti sono documentate in un rapporto interno dell'esercito svizzero. Rischio per la sovranità dei dati, possibilità che il governo americano e i servizi di intelligence accedano a informazioni sensibili, dipendenza operativa da specialisti esterni in situazioni di crisi. E, in modo più diretto, il rischio reputazionale di essere associati a un'azienda con quel profilo.

È qui che la storia diventa interessante. Perché la Svizzera - il paese che non si schiera nelle guerre, che ospita il Forum di Davos e la Croce Rossa, che ha costruito la propria identità nazionale sulla neutralità - ha opposto a Palantir non una critica morale, ma una valutazione tecnica e pragmatica. Non "siete brutti e cattivi". Ma "non siete abbastanza affidabili per noi, e i rischi superano i benefici." C'è differenza.

La vulnerabilità che Palantir non aveva calcolato

Adrienne Fichter, giornalista tecnologica di Republik e parte del team dell'inchiesta, lo dice con grande chiarezza: "È la prima volta che qualcuno pubblica un articolo su Palantir che descrive un fallimento. Non sono riusciti a superare le prove e non erano abbastanza bravi per la Svizzera. Ecco perché ci stanno attaccando."

Marguerite Meyer è ancora più precisa: "Credo che a Palantir non dispiacciano le critiche di natura morale. Ne hanno ricevute a bizzeffe. Ma ciò che emerge dai nostri reportage è una certa difficoltà nel vendere i loro prodotti, e credo che questo non piaccia affatto."

Questo è il punto che mi interessa sottolineare, perché cambia completamente la natura della storia. Non stiamo parlando di un'azienda che viene attaccata per le sue scelte etiche — quello è territorio familiare, gestibile, quasi confortante per Karp e soci. Stiamo parlando di un'azienda il cui intero valore di mercato si fonda sulla promessa di superiorità predittiva e operativa, che viene raccontata come quella che ha bussato ripetutamente alle porte di un piccolo paese alpino, e le ha trovate chiuse.

Per un'azienda B2B che vende capacità agli eserciti e alle agenzie di intelligence, questa è la narrativa davvero pericolosa. Non "siete cattivi" — ma "non funzionate abbastanza bene."

La risposta sbagliata

A dicembre 2025 l'inchiesta viene pubblicata. La risposta di Palantir non arriva subito attraverso un comunicato ufficiale. Arriva su LinkedIn. Courtney Bowman, Global Director of Privacy & Civil Liberties Engineering, pubblica un post indirizzato "ai miei amici e conoscenti svizzeri": gli articoli sono "intrisi di distorsioni, insinuazioni e teorie del complotto." Ma nello stesso testo, dopo aver sostenuto che la Svizzera non era un mercato prioritario, scrive: "Saremmo orgogliosi di servire il paese che chiamiamo casa." Non puoi sostenere entrambe le cose. Il post non funziona come contronarrazione — funziona come conferma involontaria che l'inchiesta aveva colpito il nervo giusto.

Quando anche questo tentativo fallisce, i giornalisti dichiarano di aver intervistato i dirigenti e inviato un elenco completo di domande prima della pubblicazione. Palantir pretende la pubblicazione di una replica dettagliata che, secondo i giornalisti, va ben oltre l'ambito dell'inchiesta. Republik rifiuta. A gennaio 2026, Palantir deposita una causa presso il Tribunale Commerciale di Zurigo, invocando una norma svizzera sul diritto di replica. Non contesta i fatti — documentati da atti pubblici. Non chiede danni economici. Non fa causa per diffamazione. Vuole che il tribunale obblighi Republik a pubblicare le proprie controrepliche a fianco degli articoli originali.

È una battaglia per il controllo del frame narrativo, non per la verità fattuale.

Palantir chiama "normale esplorazione di mercato, circa nove incontri in sette anni" quello che l'inchiesta descrive come una campagna aggressiva e sistematicamente respinta. La disputa non è sui dati, è sull'interpretazione. E la via legale serve a imporre la propria interpretazione su quella dei giornalisti.

Il problema è che questa strategia ha prodotto esattamente l'effetto opposto.

L'effetto Streisand e chi avrebbe dovuto prevederlo

Nel 2003, la cantante americana Barbra Streisand tentò di far rimuovere da internet una fotografia aerea della sua villa in California. Fino a quel momento, l'immagine era stata visualizzata sei volte — di cui due dall'avvocato che aveva depositato la richiesta. Dopo la notizia del tentativo di censura, fu vista oltre 400.000 volte in un mese. Da allora, il meccanismo per cui il tentativo di sopprimere un'informazione ne amplifica esponenzialmente la diffusione porta il suo nome.

Palantir Technologies, un'azienda il cui intero valore di mercato si fonda sulla capacità di vedere pattern nascosti e anticipare scenari, ha intentato una causa contro una piccola rivista svizzera finanziata dai lettori, e ha innescato l'effetto Streisand in modo così classico da essere citata esplicitamente nella copertura internazionale.

Dopo la causa: The Guardian ha pubblicato l'articolo citato in apertura di questo pezzo. Der Standard in Austria ha seguito la storia. Techdirt ha titolato senza troppa diplomazia: "Palantir fa causa alla rivista svizzera per aver riportato accuratamente che il governo svizzero non la voleva." Parlamentari britannici hanno chiesto al governo di Westminster di rivedere i contratti con Palantir — tra cui uno da 750 milioni di sterline con il Ministero della Difesa. Il capo dell'intelligence domestica tedesca ha avvertito pubblicamente i servizi di sicurezza europei di essere cauti nell'adottare software americani con legami profondi con l'apparato governativo statunitense.

La Federazione Europea dei Giornalisti ha definito la causa una SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), uno strumento legale usato non per ottenere giustizia ma per intimidire e logorare chi fa giornalismo scomodo.

Lorenz Naegeli di WAV ha detto: "Sembra che si aspettassero un approccio meno critico." Fichter ha aggiunto: "Penso che abbiano pensato, questa è una piccola pubblicazione, possiamo gestirli facilmente".

Che l'obiettivo non fosse vincere la guerra narrativa, ma mandare un segnale, a Republik, ad altri giornalisti, a chiunque stesse pensando di fare domande simili. Il costo del processo per una piccola rivista finanziata dai lettori non è solo economico. È tempo, energia, attenzione sottratta al lavoro giornalistico. Fichter lo dice esplicitamente: "Vogliono renderci troppo stanchi e spaventati per avere tempo di fare altri reportage."

Non so se si può parlare di solidarietà internazionale generata dalla causa, o piuttosto un'occasione troppo ghiotta per non essere raccontata, ha probabilmente rafforzato Republik più di quanto l'abbia indebolita.

E quindi?

E quindi, quello che questa vicenda rivela non è che Palantir è un'azienda cattiva. Esco dalla dimensione di giudizio etico-morale. Rivela che esiste un punto cieco strutturale nel modo in cui certe organizzazioni concepiscono il controllo dell'informazione. Palantir sa analizzare i dati. Sa costruire strumenti per vedere pattern che altri non vedono.

Ma non ha saputo gestire i gangli della narrazione.

L'azienda che vende la capacità di predire il futuro non ha visto arrivare l'effetto Streisand.