Riflessioni

Indipendenti da chi?

8 marzo 2026 · 7 min

Qualche giorno fa, mi sono imbattuto in un blogpost di YouTube. Intitolava What creators are teaching us about the future of news on YouTube. In sostanza a fine febbraio, YouTube ha riunito più di cinquanta giornalisti e podcaster per una giornata di confronto su strumenti, strategie e prospettive. Sul blog ufficiale, il comunicato descrive una nuova generazione di reporter che sta ridisegnando il giornalismo.

Il nome dell'evento era Independent Media Summit. Organizzato e finanziato da YouTube.

"Indipendente" è una parola con un lavoro preciso da fare. Descrive una relazione, o meglio, l'assenza di una relazione. Indipendente da qualcosa. Emily Jashinsky, una delle creator presenti, lo dice esplicitamente: i suoi canali sono "divorced from a large superstructure." Liberi dai vincoli tradizionali.

Di quale superstructure stiamo parlando, esattamente?

Dalla redazione, sì. Dall'editore che può fermare un'inchiesta scomoda, sì. Questa è una libertà reale, non retorica. Alcuni dei creator presenti al summit hanno lasciato testate importanti proprio per sottrarsi a pressioni editoriali che consideravano insostenibili. Il guadagno è concreto: accesso diretto al pubblico, nessun intermediario che filtra o rallenta il lavoro, la possibilità di costruire un rapporto di fiducia che appartiene al creator e non alla testata. Fin qui, la parola "indipendente" descrive qualcosa di reale.

Il problema è che le parole non descrivono solo la realtà, a volte la sostituiscono. Quando una parola cattura bene una parte di una situazione, tende a oscurare il resto. "Indipendente" funziona esattamente così: è una mappa accurata di una parte del territorio — la liberazione dalle redazioni — che smette di funzionare non appena si guarda il lato che non rappresenta. E il lato che non rappresenta è considerevole.

Non c'è indipendenza dall'algoritmo di YouTube. Non dalla sua politica di monetizzazione. Non dalle linee guida per gli inserzionisti, che determinano quali contenuti possono generare ricavi e quali no. Non dal sistema di raccomandazione che decide, in modo opaco, quante persone vedranno un video nei giorni successivi alla pubblicazione.

La mappa dice libero. Il territorio chiede: libero rispetto a cosa? (scusate mi sono ingarellato sui modelli di pensiero generale)

Proviamo a guardare i numeri. Secondo il Reuters Institute Digital News Report 2024, YouTube viene usato per le notizie da quasi un terzo del campione globale ogni settimana (1/3 è tanta roba!), e la grande maggioranza del consumo di video news avviene su piattaforme terze piuttosto che sui siti degli editori. Il giornalismo si è spostato in un territorio che non controlla. I dati del Pew Research Center — risalenti al 2020, ma rilevanti — mostrano qualcosa di più specifico: il 71% dei canali che si definiscono "indipendenti" su YouTube raccoglie fondi direttamente attraverso la piattaforma, contro il 14% dei canali delle testate tradizionali. Chi si dichiara indipendente è, nei fatti, più esposto alla piattaforma di chi non lo fa.

Tara Palmeri (bravissima giornalista che ho avuto il piacere di conoscere quando vivevo a Bruxelles) è tra i nomi più rispettati al summit. Politico, ABC News, New York Post. Ora ha il suo canale su YouTube. In un'intervista rilasciata dallo stesso blog di YouTube, la fonte meno sospettabile di ostilità verso il modello, descrive senza filtri la meccanica del lavoro: alimentare l'algoritmo è parte del mestiere, e ricordarsi che un'inchiesta ha i suoi tempi, anche quando l'engagement non arriva, è una disciplina che va coltivata attivamente.

Non è una critica al sistema. È una descrizione precisa di come funziona. Ed è anche la descrizione di una dipendenza, con un nome diverso da "capo redattore", ma con un meccanismo non troppo distante nei fatti.

Qualcosa determina cosa conviene produrre, con quale frequenza, in quale formato.

La differenza rilevante è un'altra. Un editore che frena una storia è visibile. Ha un nome, risponde a qualcuno, può essere citato e criticato. Un algoritmo che demonetizza un formato è opaco per definizione. Il dicembre scorso, Patrick Boyle — analista finanziario con un canale da centinaia di migliaia di iscritti — ha pubblicato un'inchiesta di 37 minuti sui file FBI relativi all'affare Epstein. In due giorni aveva accumulato un milione di visualizzazioni, il 40% in più rispetto ai suoi record precedenti. Poi è comparso il dollaro giallo. "Il motore di raccomandazione mette silenziosamente nel cassetto il contenuto", ha dichiarato Boyle "Gli spettatori possono ancora trovarlo se lo cercano, ma per il mio video, il numero di visualizzazioni si è fermato immediatamente."(vedete questo video). YouTube ha risposto alla richiesta di revisione con una motivazione: il video conteneva "questioni controverse ovunque." Nessuna violazione specifica. Nessun elemento modificabile.

Vale la pena fermarsi su un dettaglio. Boyle ha scelto consapevolmente di usare il linguaggio corretto — termini giuridici, nomi delle istituzioni, descrizioni precise dei procedimenti. Non l'algospeak che molti creator adottano per sopravvivere ai filtri: eufemismi costruiti per aggirare l'algoritmo, che finiscono per deformare il vocabolario prima ancora che il contenuto raggiunga qualcuno. Il sistema non condiziona solo cosa circola. Condiziona come si parla di ciò che circola. Boyle ha rifiutato quel compromesso — e il prezzo è stato la soppressione.

Uno studio pubblicato su Procedia Computer Science nel 2022 (Zappin et al.) ha documentato esattamente questo meccanismo: la demonetizzazione non comporta solo la perdita di ricavi, attiva una soppressione algoritmica che riduce la raccomandazione del contenuto. Una ricerca pubblicata su ACM CSCW nello stesso anno ha aggiunto un dato strutturale. L'algoritmo penalizza in modo sproporzionato i canali più piccoli, favorendo sistematicamente quelli già affermati, non perché producano giornalismo migliore, ma perché sono più prevedibili e più utili al sistema pubblicitario della piattaforma.

Il sistema non censura le idee. Disincentiva economicamente certi formati, certi tempi, certi approcci. Il risultato può essere lo stesso. Il meccanismo rimane invisibile.

Arriviamo così al punto più interessante, e meno discusso.

Quando cinquanta giornalisti entrano in una stanza di YouTube e parlano di rigore, fiducia e integrità, io gli credo. Genuinamente gli credo. Ma va detto che non stanno solo adottando una piattaforma. Stanno trasferendo ad essa il loro capitale simbolico. YouTube non produce giornalismo, lo ospita, lo distribuisce, e ci guadagna sopra. Ma dopo quel summit può presentarsi come il luogo in cui il giornalismo serio accade, come l'infrastruttura che ha capito cosa vogliono i creator di qualità. Quella credenziale non apparteneva a YouTube. È stata ceduta volontariamente, in buona fede, con ragioni spesso legittime.

La ricerca di Hallinan et al., pubblicata su Internet Policy Review nel 2025, descrive un meccanismo affine in un contesto diverso — quello dei creator che cercano di influenzare le politiche di moderazione della piattaforma: nel momento in cui si impegnano pubblicamente per cambiare le regole, finiscono per riconoscere alla piattaforma il ruolo di arbitro legittimo del discorso. Il ragionamento si estende, con le dovute cautele, anche a chi partecipa a un summit aziendale parlando di valori giornalistici: l'atto di presenza è già, in sé, una forma di validazione.

Il summit si chiama Independent Media. I relatori parlano di libertà. YouTube riceve in cambio qualcosa che non avrebbe potuto comprare diversamente: la legittimazione di chi, per mestiere, sa valutare le fonti.

Il Reuters Institute nota che su YouTube si registra una crescente attenzione verso commentatori partigiani, influencer e giovani creator. Il summit celebra l'integrità. L'algoritmo premia altro. Sono due logiche che coesistono nella stessa piattaforma — e nessuno al summit ha sentito il bisogno di nominarle entrambe.

Attenzione, disclousure. Io amo YouTube, va detto che è uno strumento che può amplificare conoscenza, approfondimento, intrattenimento, ecc ecc. Ma le cose vanno guardate per quelle che sono. E' una considerazione alla Émile Zola (improvviso retaggio del liceo!), con una narrazione basata sull'osservazione scientifica della società.

Una precisazione, prima di chiudere. YouTube è anche uno strumento che ha portato conoscenza, approfondimento e cultura in posti dove non sarebbero arrivati altrimenti. Lo uso, lo apprezzo e guardo tantissimi contenuti su questa piattaforma, ma non è questo il punto. Il punto è guardare le cose per quello che sono, tutti gli strati, non solo quelli comodi. Bisogna avere un approccio alla Émile Zola (boom, improvviso retaggio del liceo) il quale sosteneva che la letteratura dovesse osservare la società con la stessa precisione con cui uno scienziato osserva un campione. Non per condannare. Per vedere.

La domanda che resta non riguarda solo i giornalisti su YouTube. Quando una parola descrive bene abbastanza una situazione, smette di sembrare una descrizione e inizia a sembrare la realtà. "Indipendente" funziona perché è vera a metà. Ed è precisamente quella mezza verità a renderla così difficile da mettere in discussione — e così utile a chi ha interesse a non farlo.