Riflessioni

Trolling: la corte applaude, il resto no.

25 giugno 2026 · 4 min

C'è un momento preciso in cui una tattica comunicativa smette di essere furba e diventa rivelatrice. Non è quando fallisce. È quando chi la usa si congratula pubblicamente con se stesso per averla usata.

Ieri ho letto un articolo del Post intitolato "Il trolling istituzionalizzato di Donald Trump", una ricostruzione precisa di come l'amministrazione Trump abbia trasformato la provocazione sistematica in metodo di governo. L'articolo mi ha portato al paper che viene citato, firmato dai ricercatori Huw Dylan e Thomas Colley, e da lì a una riflessione che va oltre Trump.

A inizio giugno il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha scritto su X dopo che Ariana Grande si era indignata per l'utilizzo non autorizzato di una sua canzone in un video degli agenti dell'ICE: "Tutte queste cantanti continuano a cascarci. Le loro reazioni non fanno altro che portare più attenzione ai nostri contenuti."

Ora in realtà, non stava descrivendo una strategia. Stava descrivendo quanto ha bisogno che qualcuno cada nella trappola per sentirsi potente.

Il trolling ha una definizione precisa. I due ricercatori, pubblicano il paper nel 2025 sull'European Journal of International Security, lo descrivono come "atti di comunicazione deliberati, ingannevoli e trasgressivi, eseguiti per provocare una reazione a beneficio del troll e del suo gruppo, a spese del bersaglio." Tre elementi lo compongono sempre: aggressione, inganno, umorismo. L'umorismo non è accessorio, è la copertura, la via di fuga. Permette al troll di ritirarsi quando incontra resistenza dicendo che era solo una battuta.

Dylan e Colley analizzano il trolling come strumento di statecraft, di gestione del potere internazionale. Ma il meccanismo che descrivono non vive solo nelle cancellerie diplomatiche. Vive ovunque esista un'asimmetria di potere che qualcuno decide di usare non per costruire ma per umiliare.

Qualcuno dissente, critica, si oppone. Chi ha più potere non risponde nel merito. Costruisce una narrativa parallela. Il "dissidente" è irragionevole, emotivo, mosso da interessi personali. Lo espone al ridicolo davanti agli altri. Lo isola. Usa l'umorismo come arma, l'ambiguità come scudo. Se il bersaglio reagisce, la reazione diventa la prova della sua irrazionalità. Se non reagisce, il silenzio viene letto come resa.

È una trappola costruita per non avere uscite. O almeno, così sembra a chi la costruisce.

I due ricercatori identificano cinque funzioni strategiche del trolling: coercizione, agenda-setting, identificazione, delegittimazione, disordine. Sono funzioni reali. Il trolling funziona, almeno nel breve periodo. Intimidisce, distrae, isola, e soprattutto stanca. Chi lo subisce spesso non sa come rispondere senza amplificarlo.

Il trolling rivela sempre più chi lo usa di quanto riveli chi lo subisce.

Cheung che pubblica quel tweet non sta mostrando la debolezza di Ariana Grande. Sta mostrando che l'unica vittoria che riesce a immaginare è far arrabbiare qualcuno di famoso e poi contare le visualizzazioni. Chi usa il ridicolo contro chi dissente non sta dimostrando autorità. Sta dimostrando che non ha argomenti. Chi costruisce narrative false contro chi si oppone non sta proteggendo la propria reputazione. Sta documentando pubblicamente che la sua reputazione ha bisogno di essere protetta con strumenti indifendibili.

Il troll ha bisogno del bersaglio per esistere. Senza la reazione di Ariana Grande, quel video era solo un contenuto tra milioni e milioni. La dipendenza è strutturale, e chi osserva dall'esterno la vede chiaramente anche quando i protagonisti non la vedono.

C'è una categoria di persone che Dylan e Colley chiamano, con una certa eleganza accademica, "attori che trovano scomodo l'ordine esistente." Nella diplomazia internazionale sono i leader che erodono le norme su cui si regge il sistema. Altrove sono persone che occupano posizioni di potere formale senza avere la legittimità sostanziale per tenerle, e che usano il trolling per difendere uno status che non riuscirebbero a difendere con altri mezzi.

Chi ha potere reale non ha bisogno di trollare nessuno. Può permettersi di rispondere nel merito, di ignorare, di aspettare. Il trolling sistematico è quasi sempre il segnale di qualcosa che scricchiola sotto.

L'effetto boomerang non è garantito, e sarebbe disonesto dirlo. Nel breve periodo il trolling spesso funziona: isola il bersaglio, distrae, stanca l'opposizione, genera coesione nell'in-group. Cheung ha ragione che le visualizzazioni aumentano.

Ma c'è un costo che si accumula silenziosamente.

Ogni atto di trolling, specialmente se istituzionale, è una dichiarazione pubblica di metodo. Dice a chi guarda: questo è come gestiamo il dissenso. Questo è come trattiamo chi non è d'accordo. Le persone che osservano registrano. Non sempre reagiscono nell'immediato. Ma costruiscono un'immagine, e quell'immagine ha conseguenze.

Il re convinto di essere vestito non diventa nudo in un momento preciso. Diventa nudo gradualmente, nel giudizio silenzioso di chi lo guarda e non ha interesse a dirgli il contrario finché non ne ha abbastanza.

Cheung probabilmente non lo sa ancora. O forse sì, e conta che non importi.

La domanda è chi, intorno a lui, sta già smettendo di ridere.